Pellegrinaggi
Il senso
del pellegrinaggio
Farsi pellegrini è riconoscere e accogliere il senso della vita: cammino verso una meta sacra! Farsi pellegrini è scoprire e accettare d’essere figli non di un cieco e impersonale Fato ma di un Padre buono, provvidente e misericordioso.
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UN pellegrinaggio
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il decalogo
del pellegrino
1. Pòniti di fronte a Dio, Padre tuo, rinnova il tuo atto di fede nella Trinità e dai spazio alla preghiera
2. Osserva e contempla le meraviglie di Dio Creatore e Signore
3. Conforma il tuo cuore sulla sequela di Gesù Cristo
4. Converti la tua mentalità al dono della misericordia
5. Rinnova la piena adesione alla Santa Chiesa
6. Cammina umilmente sulle strade del mondo e della storia
7. Vivi il tuo tempo come se fosse l’ultimo tempo
8. Condividi la tua vita con i poveri e i piccoli
9. Impègnati per edificare insieme a tanti fratelli e sorelle la civiltà dell’amore
10. Riconosci e accogli la grazia di essere pellegrino.
per approfondire
Il pellegrinaggio si presenta come un “opus”, una pacata fatica dello spirito, che conduce alla “casa del Dio vivente”, al tempio del Signore. È grazia affascinante ed esigente, è dono e insieme compito. Come dono viene dall’alto ed è gioioso, come compito è fatica e richiede l’obbedienza del cuore, l’ascesi della volontà, l’apertura della mente.
Camminare verso una meta è la condizione più naturale dell’homo viator. Lo sviluppo fisico e psichico tende verso la sua maturità, personale e sociale. Nel suo itinerario di crescita, l’uomo si rivolge sempre più nella sfera interiore, assetato dalla curiosità, dalla conoscenza e dal possesso. Si direbbe che ogni assaggio di bellezza dilata in lui il senso e il gusto di una bellezza maggiore. Così è della verità. Una molla invisibile lo spinge alla totalità, lo orienta verso l’infinità, perché non esistono limiti che possa sopportare, se non come innaturali e costringenti la sua libertà. Per questo l’intima psicologia dell’uomo si presenta nel modo di un pellegrinaggio oltre ogni frontiera, un superamento costante di barriere. Qui si colloca la radice di quella interrogazione esistenziale che fa dell’uomo un pellegrino dell’Assoluto. Egli va in cerca di risposte rispetto all’enigma della morte, all’incertezza del senso della vita, al peso del rimorso, evidenziando esigenze, interrogativi e problemi dove la ragione sfiora sovente l’assurdo e il cuore teme la disperazione.
L’uomo cerca nella cultura: attraverso il mito, la letteratura, l’arte, la poesia, la storia indaga i grandi valori umani, ma tutto gli appare parziale. L’uomo cerca nella scienza e nella tecnologia, corre fin sulla luna, ma non risolve i guai della quotidianità.
L’uomo cerca nella sua libertà, si scatena nel suo capriccio individuale, ma la natura si ribella, la società diventa invivibile.
L’uomo cerca nella solidarietà, ma il servizio non lo sazia fino in fondo.
L’uomo cerca nel Mistero, oltre sé stesso; asseconda il senso religioso e s’affida ad un richiamo che viene dal profondo dell’essere, dall’anima. Nel cuore dell’uomo infatti si cela un desiderio che anela al compimento, che invoca nella molteplicità l’unità, nel tempo l’eterno, nel frammento il tutto. Si direbbe che una nostalgia di Dio è deposta nel fondo del cuore, dal quale si leva un altare dedicato a un dio ancora ignoto, di cui è alla ricerca del nome come a tentoni, nel buio. La radice di questo “desiderio di Dio” sta nella natura più vera dell’uomo, fatto a “immagine di Dio” (Gen 1,27), anzi “predestinato ad essere conforme all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).
L’uomo nella sua struttura originaria è come un abbozzo che reclama di essere compiuto, immagine sfuocata che si evidenzia in quella somiglianza con Gesù Cristo che costituisce la sua perfetta riuscita. Al riguardo il Concilio afferma: “Chi segue Cristo, l’uomo perfetto, diviene lui pure più uomo” (GS 42). Qui si fonda oggettivamente l’anelito dell’uomo verso Dio, il suo cercarlo incessantemente, sia pure in forme diverse. Sant’Agostino ne ha colto profondamente tutta la ripercussione psicologica quando esclama: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, collocando in questa perdurante tensione il senso autentico di ogni umano pellegrinaggio.
Le grandi religioni storiche perseguono e corroborano lo slancio dell’uomo verso Dio. Eppure si manifestano insufficienti a condurlo al vero Dio. Si fermano alla soglia della casa e intravedono quel che di Dio si può conoscere dall’esterno, ma non la sua identità vera, personale. Occorre che Dio stesso apra la porta e venga a dire qualcosa di sé. Ebbene, per la fede cristiana, così è avvenuto: “Dio nessuno mai l’ha visto; proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18).
Un giorno un uomo si trovò ad ospitare uno sconosciuto: “L’anno venturo tua moglie Sara avrà un figlio”. “Come è possibile, io sono vecchio e mia moglie è sterile”. “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?” (Gn 18,14). E Abramo ebbe in dono il figlio Isacco. Inizia così il dialogo della salvezza. Mosè guida la liberazione impossibile dall’Egitto per mano del Signore che aveva incominciato a riconoscere al roveto ardente come Colui che è vicino e si appassiona per il suo popolo. Al Sinai Dio manifesta il suo amore per Israele con un patto di Alleanza. Tutti i Profeti leggono in profondità il millenario cammino di Israele: la sua vicenda storica sembra assunta da Dio stesso per divenire paradigmatica nel segnare la strada e il riconoscimento del vero Dio. Dio stesso prende per mano l’uomo, ne diviene come il “pedagogo”, per guidarlo ad una ulteriore scoperta di lui. Da allora se si vuol sapere di Dio, basta chiederlo a chi lo ha incontrato: Abramo, Mosè, i profeti. La Bibbia racconta la storia di questo graduale esporsi di Dio dentro la vicenda di un popolo per rivelargli sempre di più il suo volto, per comunicarsi a lui e invitarlo ad accogliere senza reticenze la sua alleanza d’amore.
Al vertice di questo cammino di autorivelazione di Dio si attua una svolta sorprendente che supera la ricerca dell’uomo. Dio stesso si rende visibile divenendo uomo in Gesù di Nazaret: “Dio che aveva parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi, ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1). Questa singolare, personale, manifestazione di Dio, noi la chiamiamo “rivelazione definitiva”: non è più quel che gli uomini intuiscono di Dio, ma è Dio stesso in persona che si fa vedere e si fa incontrare. Gesù lo proclama esplicitamente: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9), “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30).
Se Gesù Cristo viene da Dio conosce tutto di Dio e dell’uomo: è la “Verità” su Dio e sull’uomo. In quanto Dio rivela chi sia il vero Dio. Dio si è dato in Lui un linguaggio comprensibile a noi. Egli è chiamato il “Verbo”, cioè la Parola con la quale Dio s’è rivelato all’uomo. Gesù Cristo è come il ponte che unisce Dio all’uomo e l’uomo a Dio: è il “pontefice”, il vero, unico e definitivo “sacerdote” che lega Dio a noi e noi a Dio. È infatti il Mediatore: “Uno solo è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5). Attraverso di lui Dio viene a noi e noi andiamo a Dio. Non c’è ormai altra strada: “In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che noi possiamo essere salvati” (At 4,12). In questo senso pieno e vero i cristiani annunciano: “Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo” (Eb 13,8).
“L’incarnazione redentrice del Figlio svela ultimamente che l’incontro tra l’uomo e Dio scaturisce dall’azione di grazia di Dio che si fa incontro all’uomo: il cammino di Dio – il Verbo che pone la sua tenda tra noi – precede quello dell’uomo e lo rende possibile”. Se guardiamo tutta la vicenda di Gesù, si illumina il suo itinerario di vita e di missione: “Tutta la vita del Cristo è un grande viaggio, un pellegrinaggio verso Gerusalemme, come sottolinea in modo particolare il vangelo di Luca. Ma la Gerusalemme verso cui Gesù tende non è tanto la città dell’antico tempio, quanto il luogo della nuova Pasqua, dove si attua il suo mistero di morte e risurrezione”.
Il mistero dell’Incarnazione è il vertice della storia, il culmine del tempo, là dove l’umanità “compie” il suo pellegrinaggio, realizza il suo sogno: l’umanità si incontra con la divinità, il tempo si sposa con l’eterno, l’uomo è assunto dal Verbo di Dio in una unità sostanziale. Il mistero dell’Incarnazione giunge al suo compimento quando la libertà dell’uomo Gesù si unisce pienamente alla volontà del Padre nella consegna totale sulla croce gloriosa. In tal senso “le espressioni ‘uscire dal Padre’ e ‘ritornare al Padre’, ‘discendere dal cielo’ e ‘ascendere al cielo’ evocano senza esaurirlo il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e della sua missione fino al compimento finale”. Si capisce così come tutta la vicenda terrena di Gesù si debba configurare in un vero pellegrinaggio verso il Padre, connotandosi essenzialmente come obbedienza: “Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7). Appena adolescente ne avrà già chiara coscienza: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Lungo il suo ministero continuamente dirà di agire in nome del Padre, in sintonia con Lui: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). Al Tabor intravide come il suo “esodo” verso il Padre avrebbe assunto i segni della figura del Servo sofferente che porta “il peccato di molti” (Is 53,12). Così la sua vicenda si carica di sofferenza, di espiazione, di scelta rischiosa ed esigente quale appunto è la consegna al Padre, l’abbandono nel Getsemani, il sacrificio cruento del Calvario: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,7-9). La vita di Gesù fu dunque un pellegrinaggio coraggioso verso il Padre, passando dal crogiolo della croce alla gloria della resurrezione, esaltazione per lui e redenzione per noi. Di qui si apprende il senso ultimo anche della nostra vita: un pellegrinaggio di ritorno verso il Padre. Davvero misterioso e grande si rivela il cammino dell’uomo se “trova in Gesù il fondamento e il modello, configurandosi come superamento del peccato e della morte, rinascita e approdo definitivo al mistero di Dio”. Il senso profondo di ogni pellegrinaggio é così del tutto delineato: “D’ora in poi ogni pellegrinaggio esteriore dovrà essere traduzione simbolica di questo evento di grazia”.
In modo simile anche il discepolo di Gesù si trova in un continuo cammino verso la persona stessa del Maestro e Signore, che egli deve seguire, portando la propria croce, entrando cioè per la propria parte nel mistero della sua Pasqua”. Non c’è dubbio che il senso vero dell‘esistenza cristiana sia la sequela di Gesù, nel suo pellegrinaggio di obbedienza al Padre. Per questo il pellegrinaggio ora non è più lasciato alla sola – insufficiente e inefficace – capacità dell’uomo. Nel pellegrinaggio di Dio verso l’uomo, l’avvenimento di Gesù Cristo ne costituisce il fatto centrale. Ma Dio è andato oltre, ha voluto essere contemporaneo ad ogni uomo, mediante il dono dello Spirito Santo. Sant’Ireneo afferma che il Padre agisce, per così dire, con due mani: la mano del Verbo e la mano dello Spirito. Alla “missione” del Verbo succede la “missione” dello Spirito che prolunga e adempie la definitiva salvezza operata da Gesù. Il pellegrinaggio di Dio s’incrocia col pellegrinaggio dell’uomo proprio là dove lo Spirito Santo interpella la libertà docile dell’uomo mediante la parola e i sacramenti. Si tratta dell’agire dello Spirito nella storia attraverso i segni che attualizzano l’opera di Cristo e ne rendono presenti gli atti salvifici. Lo Spirito – datoci da Gesù in croce (cf Gv 19,30) – è come acqua feconda che scende su tutti gli uomini. Dal giorno di Pentecoste, Gesù ha voluto che quest’acqua viva scorresse fino a noi, e fino alla fine del mondo, come un immenso fiume cui attingere direttamente la grazia della salvezza. Il discepolo, mediante l’azione della Chiesa sacramento di salvezza, incontra efficacemente l’azione di Dio. La Chiesa infatti genera alla vita cristiana, la alimenta e la fa crescere con la Parola di Dio, la grazia dei sacramenti e la carità operosa. L’opera dello Spirito congiunge il discepolo a Cristo, facendolo parte di lui e immergendolo nel “mistero pasquale”, cammino di morte e resurrezione. Lo Spirito configura gradualmente il discepolo a Cristo, aiutandolo a conformarsi a lui, a rivestirsi di lui, ad avere i suoi medesimi sentimenti. Perciò il pellegrinaggio del discepolo non può non avere questa dimensione sacramentale ed ecclesiale: “Nella celebrazione dei sacramenti, la salvezza viene offerta all’uomo e il cammino di ricerca di Dio trova il suo esaudimento.
Ultima tappa del pellegrinaggio di Dio per raggiungere l’uomo, il sacramento è il gesto ecclesiale più pieno dell’incontro dell’uomo con Dio”. Se l’incerto sentiero dell’uomo non sfocia in questa strada maestra stabilita da Dio, succederà di incontrare un volto di Dio che, invece di liberare, rende l’uomo più schiavo di prima. Perciò il pellegrinaggio centra il suo vero obiettivo quando il discepolo incontra Dio nei sacramenti e, in particolare, nella celebrazione eucaristica: “Il pellegrinaggio cristiano assume un significato pasquale. Camminare insieme verso un luogo santo diventa segno espressivo della partecipazione alla pasqua del Signore, soprattutto se culmina nella celebrazione dei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia”.
“Venga il tuo Regno” (Mt 6,10), ci fa pregare il Signore Gesù. Significa che se il Regno di Dio “è vicino” (Mc 1,14), anzi “è già in mezzo a voi” (Lc 17,21), non si è ancora manifestato in pienezza. La Chiesa ne è come un anticipo, ma “nel mistero”, cioè come “sotto il velo”: è sacramento del Regno, un Regno non ancora vistoso, non ancora giunto al suo pieno compimento, è un “già e non ancora”: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). E lo Spirito è appunto “caparra di vita eterna” (2Cor 5,5). Il definitivo è già accaduto con la risurrezione di Cristo, è già in noi col battesimo e la vita di grazia; l’eterno è già entrato nel tempo con la Chiesa, sposa di Cristo. E l’immagine della sposa risplende come sigillo della divina rivelazione: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! Sì, vengo presto! Amen. Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,17.20). E di ogni cristiano San Paolo afferma: “Io vi ho promesso in matrimonio a un solo sposo, a Cristo, e intendo presentarvi a lui come una vergine pura” (2Cor 11,2). E’ con questo linguaggio sponsale che la Bibbia dischiude l’ultimo scenario che ne riassume l’intera verità: “Vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio-con-loro. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,2-5). Così la Chiesa raduna i cittadini della terra per incamminarli verso il cielo: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20). La Chiesa già da oggi partecipa a pieno titolo della vita divina ed eterna, in compagnia di grandi testimoni che a Cristo totalmente si sono dedicati: “Voi vi siete accostati alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore della alleanza nuova” (Eb 12,22-23). Nel mistero della “comunione dei santi” qui delineato e al quale siamo chiamati a prendere parte, appare con evidenza che la Chiesa è pellegrina verso la sua definitiva realizzazione, ravvivando in ogni credente una fedele e vigilante attesa dei “cieli nuovi e terra nuova”. È’ il pellegrinaggio della fede della Chiesa: “Percependo se stessa come pellegrina, la Chiesa vede nel pellegrinaggio un simbolo della sua condizione attuale, uno stimolo a vivere in modo autentico l’attesa, per essere sempre pronta alla ‘rivelazione dei figli di Dio’. Tra le due condizioni di vita, quella precaria di oggi e quella definitiva, si colloca il pellegrinaggio, che anticipa e simboleggia quella tensione”. Maria, primizia e modello della Chiesa, questa dimensione pellegrinante della fede l’ha vissuta fino in fondo, anche nelle prove (cf Lc 2,35b). Lei ha già ottenuto “la risurrezione della carne e la vita eterna”. La Santa Madre di Dio sta davanti come antesignana autentica dell’esperienza umana di cammino, come sicura speranza nel pellegrinaggio della vita.
Orari di apertura
della Basilica
Feriale:
8.30-12.30
15.30-19.00
Festivo:
9.00-12.30
Orari
dell Ss. Messe
Feriale
18.00
Festivo
11.00 e 19.15
