La Basilica
La Basilica
di Santa Maria in Vado
In epoca romana il territorio su cui ora sorge Ferrara era dominato dall’acqua : il grande fiume scorreva in un largo alveo dal quale emergevano due isole di forma allungata che, in seguito, saranno chiamate di Belvedere e di S. Antonio ; davanti a quest’ultima, sulla riva sinistra del Po, le acque erano abbastanza basse da consentire il guado del fiume, in prossimità del quale è attestata, già alla fine del VI secolo, la presenza di «una divota immagine greca della Vergine posta sopra un capitello» ; intorno ad essa, sul finire del VII secolo fu costruita una piccola chiesa : S. Maria Anteriore del Vado (guado).
Erano gli anni in cui, non distante da questa cappella, in una zona che emergeva dal contesto paludoso, veniva installato un accampamento militare bizantino, dal quale prenderà avvio la storia della città.
Un’altra vasta area paludosa si estendeva oltre l’alveo del Po nella zona in cui esso si biforcava in due rami: Po di Primaro e Po di Volano. In questo cuneo, sulla riva destra, fu costruita alla fine del VII secolo la chiesa di S. Giorgio martire. Probabilmente nel 657 dC, quando era Papa Vitaliano, essa divenne sede episcopale e cattedrale del borgo che aveva preso il nome di Ferrara.
All’inizio del VIII secolo gli abitanti di Ferrara, che nel frattempo si stava ampliando sulla riva sinistra del fiume, fecero richiesta al vescovo di avere anche all’interno di quel borgo a nord un fonte battesimale, date le frequenti difficoltà ad attraversare il Po in condizioni climatiche difficili.
Il fonte battesimale fu concesso a S. Maria del Vado e tale privilegio rimase anche quando fu edificata, nel 1135, la nuova Cattedrale all’interno della città, nel Borgo Nuovo.
Nel 1115 la cura della parrocchia di S. Maria fu affidata dal Vescovo Landolfo, originario di Ravenna, ai Canonici Regolari Portuensi, legati al santuario di S. Maria in Porto di Ravenna.
per approfondire
l'ampliamento della chiesa
Si dovette attendere l’avvento della Signoria estense e una favorevole congiuntura di eventi per vedere, alla fine del XV secolo, tornare la chiesina di S. Maria del Vado sulle pagine della cronaca.
Verso il 1440 ne era diventato rettore Giovanni Aurispa, umanista, letterato ed ex segretario di Papa Eugenio IV. Dato che la chiesa “minacciava estrema rovina”, egli chiese l’aiuto di Papa Eugenio IV il quale emise una bolla, datata 25 aprile 1442, in cui venivano accordate indulgenze a coloro che si impegnavano, economicamente o col proprio lavoro, al restauro della chiesa.
Erano gli anni in cui si erano verificate a Ferrara infiltrazioni ereticali dalle quali persino la corte era stata interessata.
L’Aurispa intuì a tale riguardo la preziosità della volta macchiata di sangue e quando gli Estensi progettarono di costruire la Delizia di Schifanoia, a due passi dalla sua chiesa, egli chiese il loro aiuto per il restauro. Ed essi accettarono.
Il duca Ercole I d’Este aveva nominato, nel 1475, nuovi curatori spirituali della parrocchia i Canonici Regolari di S. Maria di Reno e del Santissimo Salvatore che molto si adoperarono, sia per accrescere la pietà popolare, che per la costruzione della nuova chiesa.
I lavori cominciarono nel 1495.
“Inzeniero” progettista: Biagio Rossetti, architetto della signoria estense e che Bruno Zevi definisce “grande architetto ferrarese e primo urbanista moderno d’Europa”.
“Depintore”: Ercole de Roberti, incaricato di tutti i motivi decorativi esterni ed interni.
“Mastro muratore”: Bartolomeo Tristano.
Mentre la nuova chiesa prendeva corpo, la volticina del “prodigioso sangue” lasciò la sua collocazione originaria (il punto in cui attualmente è conservata l’antica icona bizantina della “Madre di Dio della Passione”) e fu spostata dove la vediamo oggi, sebbene in un contesto architettonico diverso, di cui purtroppo non esiste documentazione.
Ben poco si sa dei pittori che decorarono la basilica; ci resta del Garofalo (1481-1559), importante artista ferrarese, un’“Ascensione”, seppure in una copia del Bononi.
Restano le ante d’organo con l’“Annunciazione” di Gabriele Bonaccioli, dell’inizio del ‘500, poste sopra il portone d’ingresso. Di questo pittore ferrarese è anche il pregevole affresco della sacrestia chiamato “La navicella della chiesa nascente”.
Il 18 aprile 1518 la nuova chiesa monumentale, intitolata all’Annunciazione della Beata Vergine, fu solennemente dedicata al culto dal Vescovo Desiderio e riconsegnata alla pietà e alla venerazione dei visitatori.
il grande terremoto
Nella notte del 17 novembre 1570 un terremoto disastroso sconvolse Ferrara.
Crollarono le tante torri della città, molte chiese furono rase al suolo, dalle macerie dei palazzi e delle case per giorni si continuarono ad estrarre cadaveri. Le scosse si protrassero per tre anni.
Anche la basilica di S. Maria in Vado, così ormai si chiamava, subì gravissimi danni.
A detta dei cronisti dell’epoca rimase illesa – nuovo fatto miracoloso – soltanto la volticina insanguinata.
il restauro e i grandi artisti
Passato il terribile sisma, il duca Ercole II patrocinò il restauro del tempio, restauro che assunse le dimensioni di un totale riassetto.
I lavori, iniziati nel 1594, si protrassero, con varie fasi, fino alla metà del 1600.
E continuarono anche in seguito, ma solo per la manutenzione e il completamento degli apparati decorativi delle cappelle e dei vari altari.
La fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 rappresentarono una stagione molto delicata per Ferrara: nel 1598 gli Estensi, in mancanza di eredi maschi, dovettero lasciare la città e riconsegnarla al Papa da cui l’avevano ricevuta nel 1344. Iniziava così la fase di transizione del potere ai legati pontifici.
Si era in epoca di controriforma ed esisteva l’obbligo per la pittura religiosa di attenersi ai decreti del Concilio di Trento.
In quegli ultimi anni del ‘500 era Abate del convento di S. Maria in Vado Giovan Battista Domenichi, teologo, predicatore di fama, personificazione della controriforma in città; a lui si deve il programma di interventi per il restauro della chiesa. Fu lui a commissionare ai più importanti pittori ferraresi l’esecuzione dell’impianto decorativo della basilica, secondo questi temi: avvenimenti della vita di Cristo e della Vergine, rappresentazione gloriosa della Trinità, episodi che sottolineano le verità di fede, valorizzazione del miracolo del sangue in chiave antiriformista.
Domenichi chiamò Camillo Filippi e il figlio di lui detto Bastianino, l’autore di grandi cicli di affreschi in Cattedrale e nel Castello, Domenico Monio detto Mona, Ippolito Scarsella detto Scarsellino e Carlo Bononi, cui si deve la maggior parte delle opere presenti in basilica.
Egli aveva rapporti con l’importante scuola bolognese dei Carracci, con Guido Reni, con la pittura veneziana del Tintoretto e del Palma e conobbe, in occasione di un viaggio a Roma tra il 1620 e il 25, l’opera di Caravaggio.
Notiamo le sue architetture da “quinta teatrale”, all’interno delle quali le figure si muovono e si intrecciano con una libertà che lascia presagire l’arrivo della nuova stagione del barocco; alla grandiosità compositiva si accompagna il dettaglio naturalistico e all’amore per le tinte scure, quel contrasto luce-ombra che gli permette di ottenere una fortissima intensità emotiva.
A S. Maria in Vado il Bononi sperimentò, inoltre, una nuova tecnica pittorica: l’utilizzo del mezzo oleoso su intonaco. In quegli anni la provavano Caravaggio (nel Camerino del Monte a Roma), Ludovico Carracci e Guido Reni a Bologna.
Lo usò Bononi nel grande affresco dell’“Esaltazione del nome di Dio” dell’abside. Prima di dipingerlo egli applicò sull’intonaco una miscela di olio e resina che rendeva idrorepellente l’intonaco stesso e impediva l’assorbimento del colore successivamente steso. Anche i pigmenti colorati venivano emulsionati con olio, cosicché le tonalità del colore non risultavano alterate ed era inoltre possibile applicare più strati di colore. Questa tecnica rendeva i colori più intensi, creava effetti cromatici più caldi e dava le stesse possibilità espressive della pittura su tela.
il nuovo interno della basilica
La pianta della basilica è una croce latina quasi perfetta.
Divisa in tre navate a sei archi sostenuti da colonne di marmo in stile corinzio, misura 61,50 m per un’altezza di 18, 70 m.
Guardando il soffitto della navata centrale partendo dal portone di ingresso appare innanzitutto la “Presentazione di Maria al tempio” del Cromer.
Poi i grandi teleri (non si tratta di affreschi, ma di tele) del Bononi: “La SS Trinità e la gloria dei Santi”, “La visitazione di Maria a Elisabetta”, “L’incoronazione della Vergine”. Questo tondo è stato oggetto di recente studi e di restauro.
In fondo, nell’abside, dello stesso artista è il grande dipinto murale rappresentante un’insolita iconografia, “L’esaltazione del nome di Dio” nel quale Gesù risorto indica il nome di Dio scritto a grandi caratteri ebraici.
Sopra l’affresco, sul soffitto, “L’assunzione della Vergine” del Mona.
Intorno alle finestre, ancora due opere del Bononi, la “Fuga in Egitto” e la “Disputa nel tempio”.
Sempre nel presbiterio, dietro l’altare, il grande quadro su tavola dell’“Annunciazione con S. Paolo” di Camillo Filippi, padre del Bastianino. Quest’opera è particolarmente interessante, anch’essa per l’inusuale iconografia. Sulla parte inferiore del quadro compare la figura di S. Paolo, indicante due cartigli: il primo cita un versetto del Libro della Genesi relativo al peccato originale (Gen 2, 17), nell’altro, un versetto della Lettera ai Colossesi (Col 2, 14) annuncia la cancellazione del “nostro debito”, cioè il peccato, per opera di Cristo. S. Paolo, cioè, indica all’osservatore il legame profondo tra l’ Annunciazione e la Morte del Signore, di cui l’Eucarestia è memoriale. Si tratta di un evidente riferimento al miracolo del Sangue prodigioso.
Questo quadro faceva parte della decorazione della basilica progettata da Biagio Rossetti.
Ancora da notare, i due ottagoni del transetto, opera del Bononi, veri capolavori di pittura scorciata di sottinsù : a sinistra dell’altar maggiore, l’“Approvazione del Miracolo”, a destra “Il Prodigio del Sangue”.
Interessante, nell’altare della navata sinistra, accanto al grande Crocifisso ligneo di epoca ed autore ignoti, l’“Ascensione di Cristo”. È la copia che Bononi realizzò di una tavola del Garofalo (1481-1559), ora a Roma.
Nella cappella del Fonte Battesimale è attualmente collocato il “Battesimo di Gesù” del Bastianino; sua è anche la tela che rappresenta “S. Cecilia”, in uno degli altari laterali sulla destra della navata.
la cappella del sangue prodigioso
Lo sguardo corre poi al tempietto che racchiude la volticina macchiata del sangue del miracolo del 1171, meta da secoli dei pellegrini.
La volticina, trasportata in questo punto della chiesa nel 1501, fu inserita nell’elegante tempietto quasi un secolo dopo dal duca Ercole II d’Este.
Fu Alessandro Balbi, architetto ducale, a realizzare nel 1594 il tempietto marmoreo con cupola a due piani nei sovrapposti ordini dorico e ionico. L’architettura inquadra la celebre volticina in una posizione elevata per catturare immediatamente l’attenzione dei fedeli. Ad essa si accede grazie a due scale laterali che permettono di vedere da vicino il soffitto che reca ancora i segni del sangue.
Solo nel ‘700 si completò l’opera con la realizzazione, in corrispondenza della cupola del tempietto, dell’affresco che rappresenta “La tenda del Padre Eterno che si compiace del miracolo avvenuto”. L’autore è un tal Don Francesco Parolin, pressoché ignoto; ma i colori brillanti, la diffusa luminosità ben contrastano con la classicità del tempietto.
A destra e a sinistra del tempietto, due cappelle dedicate ai caduti ferraresi delle due guerre mondiali, ricordati con piccole lapidi di marmo e meta frequente dei loro parenti.
la madonna "di san luca" o "di costantinopoli"
A destra del tempietto.
Questo dipinto a tempera su tavola lignea, chiamato “di S. Luca” o “di Costantinopoli” per il suo stile tipicamente bizantino, è opera quattrocentesca attribuita alla scuola del grande maestro di icone Andrea Rizo da Candia, di origine cretese, ma operante nell’ambito veneziano.
Si tratta di una “Madre di Dio della Passione” perché sono già presenti i simboli della passione, tenuti in mano dai due angeli, che ricordano la sorte pasquale del Figlio di Dio.
La testolina del bimbo appoggiata alla madre e le loro mani che si stringono non solo indicano il legame profondo tra i due, ma sottolineano la collaborazione della Vergine all’opera redentrice del Figlio.
Un particolare assolutamente tenero è il sandalino del piede destro del bimbo che, incrociandosi sotto il sinistro, si è sciolto dalla fibbia e sembra sul punto di cadere.
la sacrestia
Nella sacrestia, un piccolo altare del ‘600 nel cui catino si trova il pregevole affresco del Gabrielletto (Gabriele Bonaccioli), risalente ai primi anni del 1500, che rappresenta “La navicella della chiesa nascente”.
Questo affresco era già presente nel complesso progettato da Biagio Rossetti, come le due ante d’organo ora posizionate nella controfacciata, sopra il portone d’ingresso della basilica, opera dello stesso pittore, detto il Gabrielletto.
I quadri della sacrestia sono tutti secenteschi, alcuni copie posteriori.
Interessanti sono i grandi armadi in noce della stessa epoca.
il chiostro
Risale alla quattrocentesca chiesa progettata da Biagio Rossetti.
È il chiostro “parrocchiale”, a fianco del chiostro “conventuale”, attualmente non visitabile perché in uso alla Caritas diocesana.
Lungo le pareti laterali sono visibili le lapidi e le iscrizioni sepolcrali provenienti, alcune dal pavimento della basilica stessa e lì collocate nel corso del restauro del 1830, altre appartenenti alla vicina Chiesa di S. Andrea, crollata nel 1968 e i cui ruderi sono visibili in Via Campo Sabbionario; quando questa chiesa fu acquistata dal Comune nel 1879 fu deciso che le “lapidi storiche” fossero portate nel nostro chiostro.
la facciata
Innanzitutto un particolare curioso: le facciate sono due, la principale su Via Borgovado e l’altra – più piccola – su Via Scandiana, e sono quasi identiche.
Una placchetta d’argento del 1515 conservata nella chiesa di S. Giorgio Fuori le Mura ci mostra la facciata di quella chiesa, molto simile – secondo i documenti – a quella di S. Maria in Vado e di famose chiese di Venezia, S. Marco in particolare.
Quella facciata, rasa al suolo dal terremoto del 1570 fu modificata nella sua parte superiore così come ci appare oggi.
Sulla base di frammenti rinvenuti in punti riparati dagli eventi atmosferici, sappiamo che era intonacata e dipinta in varie tonalità di rosso con capitelli e basi delle paraste bianchi.
I portali in marmo di entrambe le facciate, risalenti alla metà del ‘500, furono lasciati in loco.
Sulla cuspide era collocata una statua in arenaria della Vergine col Bambino crollata a terra nel terremoto del 20 maggio 2012 e attualmente ricomposta e conservata nel chiostro.
la storia continua
Nel corso dei secoli molte sono le citazioni del miracolo del “Sangue prodigioso”, sia nelle Bolle Papali in cui i Pontefici concedono e confermano ai fedeli del santuario i tanti privilegi spirituali, sia in documenti diversi: nella Vita della Beata Lucia da Narni – per esempio – si legge che il vescovo Pietro Tranense, chiamato a deporre in merito alle stimmate della Beata, il 25 gennaio 1501, invoca Gesù “affinché venga in suo aiuto e come Egli volle autenticare e inscrivere a note di sangue la verità della Sua presenza nell’Eucarestia col Prodigio di S. Maria in Vado, così lo prega di aprire il suo intelletto per scoprire la verità su ciò che è chiamato a deporre”.
Nei secoli la Basilica continuò a ospitare semplici pellegrini e visitatori illustri; anche alcuni Pontefici vennero a pregare davanti al Sangue Prodigioso: Alessandro III nel 1177, Urbano III nel 1187, Eugenio IV nel 1438 ; Clemente VIII visitò S. Maria in Vado il 31 maggio e il 5 agosto del 1598, anno della devoluzione del ducato al papato, Pio IX nel 1857 e, ultimo, San Giovanni Paolo II nel 1990.
Un ricordo deve andare ai membri dell’“Arciconfraternita del Preziosissimo Sangue” che, dal ‘500 curarono il santuario e accolsero i pellegrini ed ai Canonici Regolari del Santissimo Salvatore che ebbero cura della vita di fede della parrocchia fino al 1797, quando le Leggi Napoleoniche li costrinsero ad abbandonare convento e basilica, pur garantendo alla chiesa le sue funzioni parrocchiali.
In quell’occasione i fabbricati del convento divennero caserma militare, poi orfanatrofio e asilo.
Nel corso dell’‘800 ci furono molti importanti interventi di restauro, perché numerose parti della basilica rischiavano il crollo. Grosse fenditure si erano aperte nelle volte delle cappelle della parte sinistra della chiesa e le colonne risultavano inclinate, sprofondate e a rischio cedimento. La causa fu individuata nel terreno argilloso costituito di depositi alluvionali su cui sorgeva la basilica, nella insufficiente consistenza delle fondamenta rispetto alle dimensioni della chiesa e alla presenza di un elevato numero di sepolture sotto il pavimento che destabilizzavano l’equilibrio statico. Le fondamenta delle colonne risultarono addirittura assotigliate per ampliare la capienza dei sepolcri.
Nel 1830 la chiesa fu chiusa.
Si inziarono i lavori togliendo le sepolture; i resti di trentatre corpi furono traslati al cimitero comunale; fra di essi ricordiamo il Garofalo, accolto alla Certosa nella cella degli Uomini Illustri Ferraresi.
I vuoti furono riempiti di detriti, le lapidi e le iscrizioni furono collocate nella sacrestia e poi nel chiostro.
I fondi a disposizione rivelatisi insufficienti al completamento del restauro, nel 1832 fu proposta al Comune di Ferrara l’acquisizione di alcuni quadri della chiesa, che sarebbero stati sostituiti da copie, a fronte del completamento dei lavori da parte del comune stesso.
Il restauro poté così essere concluso e la basilica riaperta.
Nel 1930 l’Arcivescovo Ruggero Bovelli affidò la cura del santuario e della parrocchia alla Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, fondata da S. Gaspare del Bufalo i quali hanno prestato il loro prezioso servizio fino al 2016.
Il 2 settembre 1944, in una incursione aerea, anche la basilica fu colpita da una bomba e seriamente danneggiata. La rinascita fu lunga e difficile, ma l’impegno di tutti portò alla riapertura al culto.
Numerosi nel dopoguerra i restauri, culminati nella grande campagna del 1993, conclusisi nel 1999.
Danni consistenti, infine, sono stati provocati dal terremoto del 2012: la grande statua in pietra della Vergine col Bambino che sovrastava la facciata e che ora si trova nel chiostro, come già accennato è precipitata al suolo. Significative fissurazioni, in particolare nelle cappelle a sinistra del transetto e lungo la navata di destra, hanno reso inagibili le cappelle stesse. Il tondo del Bononi del soffitto della navata con l’“Incoronazione della Vergine” si è rivelato in precario stato di conservazione e bisognoso di immediato restauro. È attualmente in corso il restauro dell’antica area conventuale intorno al chiostro, quella che ha subito i maggiori danni strutturali; sono previsti, comunque, anche i restauri interni alla basilica, a completamento di quelli già effettuati nell’immediato post-terremoto.
Orari di apertura
della Basilica
Feriale:
8.30-12.30
15.30-19.00
Festivo:
9.00-12.30
Orari
dell Ss. Messe
Feriale
18.00
Festivo
11.00 e 19.15
